A rischio la detrazione della perdita in presenza di gestione antieconomica

La Corte di Cassazione ha affermato che in caso di accertamento tributario che contesti una gestione illogica e antieconomica dell’impresa, deve ritenersi legittima la presunzione del Fisco che metta in dubbio l’effettività della perdita fiscale, escludendone la detrazione, in mancanza di prova contraria (Ordinanza 26 novembre 2020, n. 26974)

IL CASO

La controversia trae origine dall’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate ha rettificato in via induttiva il reddito d’impresa della società rilevando che il costo del venduto era superiore ai ricavi.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso della società ritenendo che l’Ufficio avesse, in modo illegittimo, collegato i ricavi omessi prendendo in considerazione quelli di riferimento dello studio di settore, senza alcun contraddittorio con la contribuente, e senza detrarre la perdita di esercizio dell’anno precedente.
L’Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione sostenendo che in caso di accertamento induttivo fondato, non soltanto sulle mere risultanze dello studio di settore, ma su una gestione imprenditoriale illogica e antieconomica:
– debba ritenersi escluso l’obbligo di contraddittorio preventivo ai fini della validità dell’accertamento;
– operi una presunzione relativa di evasione che determina l’onere di dimostrare l’effettività della perdita a carico del contribuente.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari, accogliendo la tesi del Fisco.
Riguardo alla mancata instaurazione del contraddittorio con il contribuente, i giudici della Suprema Corte hanno precisato che in tema di diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali, l’Amministrazione finanziaria è gravata di un obbligo generale di contraddittorio endoprocedimentale, la cui violazione comporta l’invalidità dell’atto purché il contribuente abbia assolto all’onere di enunciare in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere e non abbia proposto un’opposizione meramente pretestuosa, esclusivamente per i tributi “armonizzati”, mentre, per quelli “non armonizzati”, non è rinvenibile, nella legislazione nazionale, un analogo generalizzato vincolo, sicché esso sussiste solo per le ipotesi in cui risulti specificamente sancito.
Con riferimento al mancato riconoscimento della perdita fiscale dichiarata per il periodo d’imposta precedente, la Corte Suprema ha affermato che nel giudizio tributario, una volta contestata dall’Erario l’antieconomicità di una operazione posta in essere dal contribuente che sia imprenditore commerciale, perché basata su contabilità complessivamente inattendibile, in quanto contrastante con i criteri di ragionevolezza, diviene onere del contribuente stesso dimostrare la liceità fiscale della suddetta operazione, ed il giudice tributario non può, al riguardo, limitarsi a constatare la regolarità della documentazione cartacea. Infatti, è consentito al fisco dubitare della veridicità delle operazioni dichiarate e desumere minori costi, utilizzando presunzioni semplici e obiettivi parametri di riferimento, con conseguente spostamento dell’onere della prova a carico del contribuente, che deve dimostrare la regolarità delle operazioni effettuate a fronte della contestata antieconomicità.
Nel caso in esame, oltre allo scostamento dei ricavi dichiarati rispetto a quelli risultanti dallo studio di settore, è stata contestata anche l’antieconomicità della gestione imprenditoriale, palesata da ricavi di gran lunga inferiori ai costi e dal ripetersi, nelle dichiarazioni di più annualità consecutive, di costanti e rilevanti perdite di esercizio, indicative di un andamento commerciale costantemente negativo nel corso degli anni.
In tali circostanze ricade sul contribuente l’onere di fornire la prova contraria, in mancanza della quale, l’accertamento non che ritenersi legittimo.